RnB ad Amsterdam: Dwele, Eric Benet, Brian McKnight LIVE [RECENSIONE]

Dwele, Eric Benet, Brian McKnight

Non è da me procrastinare troppo a lungo sulle recensioni dei concerti a cui partecipo ma a volte, si sa, gli impegni prendono il sopravvento e non hai nemmeno tempo di buttar giù due righe che possano soddisfare la tua brama di raccontare. Avendo vissuto un po’ di mesi in questa nuova casa chiamata Amsterdam posso ammettere che, rispetto ai concerti di Milano, è la città giusta per chi ama il genere di musica che più mi piace: l’R&B. In questo 2014 appena cominciato ho avuto già il piacere di assistere a 3 concerti spettacolari: Dwele (26 gennaio 2014 @ MC Theater) e Eric Benet + Brian McKnight (30 gennaio 2014 @ Melkweg). A distanza di un mese e mezzo non sto a scendere nei particolari ma permettemi di dire che non sono mai stata così estasiata da cotanta perfezione vocale in un intervallo di tempo così breve.

Dwele: super rilassato sul palco, musicisti grandiosi, corista decisamente presente in ogni pezzo, interazione con il pubblico eccellente (è anche sceso dal palco per andare a cantare in mezzo alla gente). Non uno di quei concerti pieni pieni che ti lasciano sazio fino al giorno dopo, ma con grande, grandissimo potenziale.

Eric Benet: sopra ogni aspettativa. Sexy come non mai, falsetto di una potenza inaudita, grandissimo carisma, grandissimo fascino e un’ottima scaletta (nonostante Hurricane, la mia preferita, non fosse stata inclusa).

Brian McKnight: il sogno di una vita. Forse un po’ troppo scherzoso nei confronti del pubblico (insomma, ogni canzone d’amore era un’occasione per scimmiottarci su) ma nulla da dire in quanto alla sua voce pressoché perfetta. L’accoppiata Back At OneAnytime (nonostante fosse in versione più uptempo rispetto all’originale) ha letteralmente mandato in estasi l’intero pubblico.

Insomma, in attesa di un’altra dose di R&B – stasera è tempo di The Weeknd + Drake e a fine mese di Tyrese, Ginuwine e Tank sullo stesso palco, mi è piaciuto ricordare brevemente la prima parentesi di rhythm and blues del 2014, riassunta qui sotto con tre foto scattate dal vivo e le loro 3 canzoni che più preferisco.

Dwele @ MC Theater: 26th January 2014

Dwele @ MC Theater

 

Eric Benet @ Melkweg: 30th January 2014

Eric Benet @ Melkweg

 

Brian McKnight @ Melkweg: 30th March 2014

Brian McKnight @ Melkweg

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Come Ho Conosciuto e Intervistato Ryan Leslie in Quel di Amsterdam [LIVE INTERVIEW]

*English audio interview at the bottom.

Ryan Leslie

Erano i tempi di MySpace, il pioniere dei social network, ancor prima di Twitter, ancor prima di Facebook. Ti creavi il tuo bel profilo personale e nell’arco di pochi minuti eri in contatto con il mondo intero. Hai il profilo normale o quello musicale? Ci si chiedeva questo tra amici, ma non tutti sapevano cosa fosse e ti sentivi un privilegiato, uno di nicchia ad avere 1.000 persone che seguissero la tua attivitá o che ascoltassero la tua canzone – in realtá, come spesso succede, di persona ne conoscevi giusto 5 ma faceva comunque figo. La foto di Tom, primo fondatore di MySpace, campeggiava un po’ ovunque e se non la vedevi ti sentivi quasi spaesato. Lasciami un commento, ascolta questo pezzo, aggiungi questa canzone come colonna sonora della tua pagina. Se non fosse che non ho piú la possibilitá di utilizzarlo poiché mi hanno chiuso gli account di posta con cui ero iscritta, penso che lo utilizzerei ancora e volentieri.

Avevo la mia Top 8 di artisti preferiti che, a seconda del mood, cambiavano di continuo e per qualche tempo la sua foto ha campeggiato sul mio profilo. Ryan Leslie: cantante, rapper, produttore, polistrumentista e chi piú ne ha piú ne metta. Aveva lanciato Cassie, sua (ex) protégé, con il singolo Me & U e tutti impazzivano quando il dj la suonava nei club. Prima, come spesso succede, dietro le quinte a scrivere pezzi per altri, poi sul palco a cantare le sue canzoni – credetemi quando vi dico che Ryan Leslie é una vera forza della natura. E se non ci credete date un’occhiata ad uno dei tanti video che lo vedono in studio alle prese con la creazione di una nuova canzone.

Poi arriva un giorno in cui ti autoconvinci e decidi di provarci, di provare a scrivergli un messaggio privato, cosí.. giusto per veder trasformare quel Sent in Read. A quei tempi la forza di Internet veniva ancora sottovalutata. E’ per questo motivo che, nel momento in cui mi sono vista arrivare un messaggio di risposta, la mia espressione facciale é diventata simile a quella del piú famoso dipinto di Munch. Insomma, non é che nel 2006 ti alzavi dal letto e ti arrivava un messaggio di Ryan Leslie cosí facilmente. Certa gente non osava nemmeno scrivergli perché pensava che il profilo fosse fake o che lui fosse troppo occupato a fare altro. Ma grazie a Dio esistono gli artisti che amano restare in contatto con i loro fan e che fanno musica non solo per comprarsi l’ultima Lamborghini sul mercato ma anche per la felicitá di condividere e di vedere, una volta sul palco, volti sconosciuti che cantano a memoria strofe e ritornelli.

Grazie, mi fa davvero piacere che apprezzi la mia musica e sí, se conosci qualcuno che organizza serate su Milano, dagli pure i miei contatti che non si sa mai, magari riesco ad esibirmi anche lí. Piú o meno il messaggio diceva cosí. L’idea poi non é andata in porto ma il solo pensiero che avesse impiegato 3 minuti del suo tempo per rispondermi mi aveva cambiato la giornata. Da lí in poi ogni suo singolo veniva pompato a palla dalle casse del computer della mia cameretta. Ascolta questa canzone di R-Les! Ah sai che mi ha risposto su MySpace? Ne andavo fiera.

E a distanza di 7 anni o forse piú, vuoi che non vado a sentirlo live in quel di Amsterdam? Come potete immaginare qui é molto piú facile che gli artisti hip-hop e R&B vengano ad esibirsi: c’é piú richiesta, la gente apprezza di piú questo genere musicale e le mie tasche piangono ogni volta che Songkick mi invia una nuova notifica (ma questi sono dettagli).

Ryan Leslie

Ed ecco che settimana scorsa, per restare aggiornata, mi sono ritrovata ad acquistare Black Mozart, il suo ultimo album. Vuoi che sono andata a controllare cosa scrivesse su Twitter e vuoi pure che ho trovato che il buon R-Les non ha cambiato abitudini.

Bingo! Il lupo perde il pelo ma non il vizio: provo a scrivergli, ancora una volta. Pochi minuti dopo la risposta. Urlo di Munch La Vendetta. Fatto sta che gli dico in breve che mi piacerebbe intervistarlo per The Music Portrait e fatto sta che mi dice di scrivere al suo team per organizzare il meet & greet. Mi guardo attorno nella stanza alla ricerca di un defibrillatore.

Lo stesso di cui poi ho avuto bisogno mercoledì 30 ottobre quando, una volta arrivata al locale (l’ormai caro e “vecchio” Melkweg), la speranza si è trasformata in conferma. Are you here for the Meet & Greet? Quasi una ventina di persone. Andre, responsabile del #Renegades Team, ci dà il benvenuto e ci incoraggia ad essere proattivi e curiosi prima di accompagnarci all’interno per assistere al soundcheck – dopo averci dato una raccomandazione: Mi raccomando, nessuna foto o video durante il soundcheck. Scoccia ammetterlo ma in una situazione del genere la vita senza uno smartphone può sembrare difficile. Eppure ho apprezzato il fatto di non esserne schiava, mi ha dato la possibilità di godermi appieno l’esperienza delle prove. Ryan indossa cappuccio e occhiali da sole e ci saluta con un cenno del capo mentre suona la tastiera durante Only The Lonely, uno dei pezzi che preferisco di Black Mozart, suo ultimo lavoro. Keith, batterista, ci divide in tre gruppi e ci fa armonizzare una melodia costruita sulla frase Welcome to the Meet & Greet – geniale! Tutti un po’ intimoriti dalla situazione, proviamo a dare comunque il nostro meglio mentre i musicisti ci accompagnano con i loro strumenti (Ryan Leslie in quel caso alla batteria). E’ tempo di continuare con il soundcheck e come desiderio da parte di un fan arriva la richiesta di suonare Glory. Ancora qualche suono da aggiustare, ancora qualche volume da alzare e ancora Black Mozart da suonare. Io rimango letteralmente incantata da tutto quanto: vedere un genio musicale (e non solo musicale dato che si è laureato ad Harvard prima del dovuto) cantare, suonare e gestire una live band passando dalla tastiera al pianoforte per poi finire alla batteria nell’arco di una canzone è qualcosa di grandioso.

Seguirlo dal 2005 e ritrovarselo davanti agli occhi, in carne e ossa, 8 anni dopo. A quei tempi mai avrei pensato di incontrarlo in una città come Amsterdam. Eppure oggi tutto sembra avere un senso. E’ come se vederlo suonare, mettendoci passione persino durante le prove e dando direttive ai propri compagni di avventura, mi abbia motivata ancora una volta a non mollare mai, per nessuna ragione al mondo, ciò che più mi fa stare bene: la musica.

Dopo mezz’ora di prove veniamo accompagnati nella galleria, al livello superiore del locale, per scambiare quattro chiacchiere con Ryan. Ognuno di noi ha a disposizione una domanda e io ovviamente non posso non formulare la domanda per eccellenza di The Music Portrait (non senza qualche indecisione dovuta dall’agitazione del momento):

Ciao Ryan! Quando ascolto la musica, in particolare alcune canzoni, qualche volta.. cioè spesso mi capita di associare alle emozioni che provo dei colori specifici. Mi chiedevo se ti fosse mai capitato qualcosa di simile e soprattutto di quale colore pensi che sia la tua musica. 

La sua risposta (trovate l’audio originale in fondo all’articolo!) riesce a sorprendermi. Mi dice che non ci sono colori in particolare che associa alla musica che ascolta o alla sua stessa musica ma che è più frequente che gli capiti di avere una sorta di vero e proprio film nella testa – Yes, I’m kinda visual with my music è la sua morale. Potete trovare le altre domande formulate (in inglese) a fine articolo per farvi un’idea più ampia di ciò di cui abbiamo discusso durante l’incontro con il mitico Ryan.

Ryan Leslie

Direi quasi un’oretta in cui Mr. Leslie ci ha confidato di tutto e di più, senza sottrarsi al calore e all’ammirazione dei fan. C’è chi lo chiamerebbe furbo – si sa, al giorno d’oggi l’affetto dei fan è uno dei principali motivi di successo (un esempio che Ryan ha fatto è quello relativo all’immensa fanbase di Macklemore, citato come caso di enorme ed improvviso successo). C’è chi invece penserebbe che non tutti gli artisti si mettono a disposizione dei propri ammiratori in questo modo. C’è chi con fare sgarbato e poco gradevole rifiuta di firmarti un autografo o di fare una selfie (:D) con il fan di turno. Certo, non ci ha ricoperti di baci e abbracci ma sicuramente di tante lezioni importanti, consigli, suggerimenti e gratitudine. Questo sì. E ne sono stata ampiamente soddisfatta. Per concludere autografo sull’All Access VIP Pass e foto insieme. Se ci penso ancora sorrido a 4000 denti.

Tempo di mangiare qualcosa al volo e di aspettare l’inizio vero e proprio intrattenuti da Marvin Brooks e la sua band, un cantante tedesco dalla voce smooth e avvolgente e un suono a metà strada tra pop, rock e soul. Ne rimango totalmente rapita che si becca il like istantaneo sulla sua pagina Facebook. E’ poi tempo di TAM-R, dj ufficiale del Black Mozart Tour, che ci porta alla (ri)scoperta di pezzi emblematici della scena hip-hop, dal passato recente a quello remoto, dai brani passati in radio qualche anno fa ai classici old school che per qualche strano motivo non stancano mai.

Marvin Brooks

Le luci si spengono, sul backdrop appare un video che vede Ryan viaggiare tra Marrakech, Dusseldorf e Dubai. Ad ognuna delle città è associata una canzone e più precisamente, in ordine di apparizione, Full Moon, Lay Down ed Evacuation. Il filmato si rivela essere un vero e proprio cortometraggio che vede Ryan intonare sul finale la prima strofa di Black Mozart per farla coincidere con la sua apparizione sul palco. La folla è in visibilio. Il Melkweg è in preda a vere e proprie urla isteriche.

Ryan Leslie

La tracklist della serata è ricchissima: dalle canzoni sopracitate alle pietre miliari come Just Right, AddictionDiamond Girl fino alle più recenti History, I Love It e Higher (a proposito, ascoltate quest’ultima perché ha un beat da paura). Trovano spazio anche le collaborazioni come Killin’ Em (insieme a Fabolous, amico di vecchia data) e Fly High (con Red Café e Rick Ross). Trova spazio persino una versione piano e voce di Hallelujah di Leonard Cohen. Meravigliosamente random e inaspettata.

La qualità del concerto è stata data dal perfetto mix tra suoni e luci, quella perfetta combinazione che a fine canzone ti fa applaudire mani, piedi e qualsiasi cosa possa fare casino. Quella sensazione che ti fa sentire sazia, che si concentra a metà tra cuore e stomaco. Ryan sa il fattaccio suo e durante le quasi due (!) ore di concerto non ha fatto altro che soddisfare le nostre aspettative e al tempo stesso continuare ad incitarci, per farci cantare, urlare, saltare e sfogare. Black Mozart, Black Mozart, Black Mozart gridava la folla. Spocchioso per la scelta del soprannome? Forse, ma giusto un pochino. Diciamo che dopo aver scritto per i più grandi nomi della scena musicale R&B, se lo può pure permettere. Give it up for my family who’s in the building tonight! Ed è questo il termine chiave da usare per gli artisti come lui: famiglia. Ryan Leslie tratta i suoi fan come una piccola grande famiglia. Chiede attenzione e supporto ma ricambia il favore con performance di qualità e soprattutto un’interazione e uno scambio reciproco che raramente ho visto quando si tratta di artisti di fama mondiale. È un rapporto 50/50 quello che ha con i suoi #Renegades, così vengono soprannominati i suoi fan. Un rapporto che qualunque artista – sia esso cantante, ballerino, attore, pittore, regista, dovrebbe prendere come esempio. La condivisione. L’ascolto. La ricompensa.

Ryan Leslie

E quindi, caro Ryan, lungi da me volerti tartassare di messaggi ma tu me la servi su un piatto d’argento. Chissà che prima o poi non abbia il coraggio di scriverti ancora, magari chiedendoti di ascoltare qualche mia creazione musicale. In attesa di quel momento, il mio inchino. Perché è proprio di questo che si tratta quando si parla di musica. Perché la musica è fatta per essere ascoltata in silenzio o in compagnia ma è sempre relazionata a ricordi ed emozioni che hanno a che vedere con il prossimo, con l’altro, con le relazioni. Perché chi ascolta dà credito a chi canta e perché sono sempre più convinta che chi canta non avrebbe senso di esistere senza destinatario. 

Ryan Leslie

*The following questions and answers are not an exact transcript of the conversation Ryan had with his fans but it will give you an idea of what has been asked during the meet and greet.

▨ Who would you like to collaborate with?

Unfortunately, the people I’d love to collaborate with are all gone (eg. Michael Jackson). But I had the fortune to work with many artists I really love as Beyoncé and Alicia Keys.

▨ Are you going to keep promoting your work via YouTube videos?

Sure! It’s a hard work – it usually takes 6/7 hours to edit a video and I do it myself most of the time.

▨ How much importance do you give to the fans?

It’s everything. I started on MySpace years ago and saw a huge response coming from there. Now I’m trying to do my best in order to make my fan base grow and know who are the fans that are actually buying my album or coming to one of my gigs – that’s why Renegades NYC exists, to see how many people want me to play live in their city. If there are 200 people ready for my music, I’m ready! Ready to go and play my songs even if it’s the Antarctica. Let’s take Macklemore as an example: he was a small artist in Seattle and kept playing his music in the city for 12 years. He went from 7.000 to 700.000 fans in one year due to the word of mouth of his fans. He got no record label but his fans kept supporting him by requesting his songs at the radio stations. Now he’s playing all over the world, in arenas with more than 10.000 people!

▨ What comes first when you write a new song? Lyrics? Melody? Beat? 

The problem is that sometimes I wake up with the whole song in my head so it’s the opposite process: I need to go to the studio and try to add one thing at a time to finally make it sound like I imagined. I don’t know how it happens but I have the final picture at first and then it’s all about breaking it up.

▨ What’s next on your agenda?

2 more albums in the next 6 months. The first one is almost done: we already recorded 7 songs in Berlin but I’m still thinking about the title. I’m sure it will have something to do with the word Renegades.

▨ If you could have done any other career what would it have been?

I would have been a teacher, definitely. The most amazing teacher in the world. But in a way that’s what I also am. Have I already told you I’m looking for an intern in New York City?

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* WARNING: Inspiring Talk *

If you’re passionate about (at least) one thing in your life,
dear friend, you should definitely check this out.

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(to get the chance to listen to Ryan Leslie’s new album,
receive a text message from Ryan on your mobile phone
and meet him live)

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stupiddopecom

Lo so che mi capite. Sì, dico a voi amanti dell’R&B vecchio stile. So che leggendo questa recensione potrete comprendere tutto il mio entusiasmo, la mia gioia infinita, quel groviglio di sensazioni positive nello stomaco. Un po’ come quando passano alla radio il vostro pezzo preferito mentre guidate con il finestrino abbassato e il vento tra i capelli. Un po’ come quando uscite la sera senza avere nessuna aspettativa e vi ritrovate tra le mani i ricordi della serata più grandiosa della vostra vita. O quando incontrate la persona che vi fa battere il cuore, quando ricevete una telefonata inaspettata o partite per un lungo viaggio. Insomma.. la Felicità (con la F maiuscola), quella della serendipity e delle piccole cose.

Ecco, è così che mi sento quando ascolto il Rhythm & Blues, quello di fine anni ’90 inizio anni zero-zero. Quei beat sincopati dove ogni basso, ogni cassa è un colpo al cuore, dove i ti-prego-torna e i non-vivo-senza-te sono assicurati e il sesso è sensuale e mai volgare.

Insomma, mettetemi un beat di quel genere a tutto volume e parto per mondi lontani e inesplorati. Da Bobby Valentino a Brian McKnight, passando per Maxwell, Jamie Foxx e Tyrese fino ad arrivare ad Aaliyah, Donell Jones e Ginuwine. Ecco, mescolando per bene, tra gli altri, trovate anche lui: JOE. No, nessun Satriani, nessun Cocker. Semplicemente Joe. O Joe Thomas, se proprio insistete. Un nome pulito, come la sua voce. Qualcosa di avvolgente, una coccola per l’anima che dà il meglio di sé sulle note alte, quando quel graffio gentile esce dal suo nascondiglio e provoca brividi tra collo e schiena.

urbanbackdropcom

Un vero gentleman, elegante ma anche provocante, quel poco che basta per accendere i pensieri proibiti delle donzelle presenti in sala. Al Melkweg (tradotto: Via Lattea), mitica venue per serate e concerti in quel di Amsterdam, martedì sera maggior parte del pubblico era femminile, ma sono comunque rimasta piacevolmente colpita dalla presenza di numerosi maschietti trenta-quarantenni. Già me li vedo, lì a rimpiangere i “vecchi” tempi in cui per prendere il numero di telefono della ragazza in questione cercavano in tasca un foglietto di carta e al bar più vicino una penna che scrivesse. E una volta tornati a casa provavano a chiamare con, in sottofondo, la canzone R&B del momento sperando fortemente che non rispondesse la madre.

E’ con Where You At, probabilmente la mia traccia preferita, che le luci si spengono e Joe fa il suo ingresso sul palco. Pubblico in visibilio, urla a non finire che nemmeno i peggiori film dell’orrore. Se non ci credete aspettate di dare un’occhiata al video che trovate a fine recensione. Nemmeno il tempo di pensare che ci si ritrova immersi in un’altra, bellissima canzone: If I Was Your Man. E da lì inizia un vero e proprio “calvario” con Joe che lancia asciugamani alla folla e accenna qualche passo di danza. Uno di quegli artisti che quando racconti il concerto ai tuoi amici non puoi far altro che dire: “Ti giuro, sembrava di ascoltare il CD“. Mai una nota fuori posto, mai un minimo errore. E no, non era in playback se non per qualche coro qua e là. Anche se, diciamo la verità caro Joe, una live band avrebbe completato il quadro.

Si spazia tra passato remoto e passato recente per scovare qualche bella perla tra cui le grandiose Stutter, Don’t Wanna Be a Player e Ride Wit Me. Sì, quella Ride Wit Me (no, l’acca non c’è) su cui abbiamo passato ore nei club a dondolarci sopra. Standing ovation su All The Things (Your Man Won’t Do) e la recentissima I’d Rather Have a Love. Da fine anni ’90 con I Wanna Know, dolcissima ballad, si passa ai primi anni 2000 con Let’s Stay Home Tonight per concludere con il bis di If I Was Your Man e la promessa che tornerà presto con una band dal vivo (ah ecco).

Note negative? La durata. Un’ora è troppo poco: il pubblico si è appena scaldato che tac.. finisce la magia. Insomma Joe, con 10 album alle spalle vuol dire sì e no una canzone ad album e, se proprio vogliamo dircelo, di canzoni belle e famose, come asso nella manica, ne hai almeno una ventina. Piacevole sorpresa? La parentesi acustica che l’ha visto imbracciare una chitarra e cantare un medley dei pezzi più famosi in maniera praticamente impeccabile. Prova che oltre ad essere cantante e autore è anche un eccellente musicista.

Non ci giriamo attorno: il ragazzo ne sa ed è in giro dal 1993, anno di pubblicazione di Everything, suo primo album. E sa come far breccia nel cuore degli innamorati senza troppi sforzi. E parlo degli innamorati dell’amore, della musica, di quel sound che oggigiorno è difficile trovare, così puro e semplice, senza autotune né contaminazioni dance. Ascolti una sua canzone e torni indietro con la mente: a tempi passati e ad amori finiti, a promesse infrante e a quelle mantenute, torni indietro a ciò che eri. Che poi, non importa come-quando-dove, ma ha contribuito a tutto ciò che sei. ORA.

E allora è a voi, amanti dell’R&B vecchio stampo e dei calici di vino rosso davanti ad un camino, è a voi che dedico il miglior sorriso piacione di Mister Joe Thomas, lo stesso che indosso quando ascolto la sua musica e la musica di chi come lui ha contribuito a farmi amare follemente questo genere musicale. E la vita, quando “ricordo di ricordarmi” quanto magnifica sia.

joe04

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English Review by @MissSpence91 

Time laps, tastes change, emotions are felt and the music world undergoes deep transformations. Almost 7 years on, I am still listening to Joe Thomas; despite the changes within the music industry, old albums never change and Joe has always remained to be one of my most favored artists. On Tuesday night me and my friend Ilaria went to see him perform live in Amsterdam. The set consisted of Where You At, If I Was Your Man, All the Things and so on. I was really surprised that he did not perform songs from his Signature or Joe Thomas albums. Besides the random choice of songs, he was full of energy and proved that he’s a true artist. However, after 45 minutes of intense songs, the set was over and he left. When it was all over, I really couldn’t believe how short it was. Besides the cut off, he was exceptional good and sounded exactly as he does on his album. If you have the opportunity to see Joe during this, don’t think twice: he is the real deal!

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