Dedicato agli amanti dell’R&B vecchio stile: Joe LIVE @ Melkweg, Amsterdam [RECENSIONE]

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Lo so che mi capite. Sì, dico a voi amanti dell’R&B vecchio stile. So che leggendo questa recensione potrete comprendere tutto il mio entusiasmo, la mia gioia infinita, quel groviglio di sensazioni positive nello stomaco. Un po’ come quando passano alla radio il vostro pezzo preferito mentre guidate con il finestrino abbassato e il vento tra i capelli. Un po’ come quando uscite la sera senza avere nessuna aspettativa e vi ritrovate tra le mani i ricordi della serata più grandiosa della vostra vita. O quando incontrate la persona che vi fa battere il cuore, quando ricevete una telefonata inaspettata o partite per un lungo viaggio. Insomma.. la Felicità (con la F maiuscola), quella della serendipity e delle piccole cose.

Ecco, è così che mi sento quando ascolto il Rhythm & Blues, quello di fine anni ’90 inizio anni zero-zero. Quei beat sincopati dove ogni basso, ogni cassa è un colpo al cuore, dove i ti-prego-torna e i non-vivo-senza-te sono assicurati e il sesso è sensuale e mai volgare.

Insomma, mettetemi un beat di quel genere a tutto volume e parto per mondi lontani e inesplorati. Da Bobby Valentino a Brian McKnight, passando per Maxwell, Jamie Foxx e Tyrese fino ad arrivare ad Aaliyah, Donell Jones e Ginuwine. Ecco, mescolando per bene, tra gli altri, trovate anche lui: JOE. No, nessun Satriani, nessun Cocker. Semplicemente Joe. O Joe Thomas, se proprio insistete. Un nome pulito, come la sua voce. Qualcosa di avvolgente, una coccola per l’anima che dà il meglio di sé sulle note alte, quando quel graffio gentile esce dal suo nascondiglio e provoca brividi tra collo e schiena.

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Un vero gentleman, elegante ma anche provocante, quel poco che basta per accendere i pensieri proibiti delle donzelle presenti in sala. Al Melkweg (tradotto: Via Lattea), mitica venue per serate e concerti in quel di Amsterdam, martedì sera maggior parte del pubblico era femminile, ma sono comunque rimasta piacevolmente colpita dalla presenza di numerosi maschietti trenta-quarantenni. Già me li vedo, lì a rimpiangere i “vecchi” tempi in cui per prendere il numero di telefono della ragazza in questione cercavano in tasca un foglietto di carta e al bar più vicino una penna che scrivesse. E una volta tornati a casa provavano a chiamare con, in sottofondo, la canzone R&B del momento sperando fortemente che non rispondesse la madre.

E’ con Where You At, probabilmente la mia traccia preferita, che le luci si spengono e Joe fa il suo ingresso sul palco. Pubblico in visibilio, urla a non finire che nemmeno i peggiori film dell’orrore. Se non ci credete aspettate di dare un’occhiata al video che trovate a fine recensione. Nemmeno il tempo di pensare che ci si ritrova immersi in un’altra, bellissima canzone: If I Was Your Man. E da lì inizia un vero e proprio “calvario” con Joe che lancia asciugamani alla folla e accenna qualche passo di danza. Uno di quegli artisti che quando racconti il concerto ai tuoi amici non puoi far altro che dire: “Ti giuro, sembrava di ascoltare il CD“. Mai una nota fuori posto, mai un minimo errore. E no, non era in playback se non per qualche coro qua e là. Anche se, diciamo la verità caro Joe, una live band avrebbe completato il quadro.

Si spazia tra passato remoto e passato recente per scovare qualche bella perla tra cui le grandiose Stutter, Don’t Wanna Be a Player e Ride Wit Me. Sì, quella Ride Wit Me (no, l’acca non c’è) su cui abbiamo passato ore nei club a dondolarci sopra. Standing ovation su All The Things (Your Man Won’t Do) e la recentissima I’d Rather Have a Love. Da fine anni ’90 con I Wanna Know, dolcissima ballad, si passa ai primi anni 2000 con Let’s Stay Home Tonight per concludere con il bis di If I Was Your Man e la promessa che tornerà presto con una band dal vivo (ah ecco).

Note negative? La durata. Un’ora è troppo poco: il pubblico si è appena scaldato che tac.. finisce la magia. Insomma Joe, con 10 album alle spalle vuol dire sì e no una canzone ad album e, se proprio vogliamo dircelo, di canzoni belle e famose, come asso nella manica, ne hai almeno una ventina. Piacevole sorpresa? La parentesi acustica che l’ha visto imbracciare una chitarra e cantare un medley dei pezzi più famosi in maniera praticamente impeccabile. Prova che oltre ad essere cantante e autore è anche un eccellente musicista.

Non ci giriamo attorno: il ragazzo ne sa ed è in giro dal 1993, anno di pubblicazione di Everything, suo primo album. E sa come far breccia nel cuore degli innamorati senza troppi sforzi. E parlo degli innamorati dell’amore, della musica, di quel sound che oggigiorno è difficile trovare, così puro e semplice, senza autotune né contaminazioni dance. Ascolti una sua canzone e torni indietro con la mente: a tempi passati e ad amori finiti, a promesse infrante e a quelle mantenute, torni indietro a ciò che eri. Che poi, non importa come-quando-dove, ma ha contribuito a tutto ciò che sei. ORA.

E allora è a voi, amanti dell’R&B vecchio stampo e dei calici di vino rosso davanti ad un camino, è a voi che dedico il miglior sorriso piacione di Mister Joe Thomas, lo stesso che indosso quando ascolto la sua musica e la musica di chi come lui ha contribuito a farmi amare follemente questo genere musicale. E la vita, quando “ricordo di ricordarmi” quanto magnifica sia.

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English Review by @MissSpence91 

Time laps, tastes change, emotions are felt and the music world undergoes deep transformations. Almost 7 years on, I am still listening to Joe Thomas; despite the changes within the music industry, old albums never change and Joe has always remained to be one of my most favored artists. On Tuesday night me and my friend Ilaria went to see him perform live in Amsterdam. The set consisted of Where You At, If I Was Your Man, All the Things and so on. I was really surprised that he did not perform songs from his Signature or Joe Thomas albums. Besides the random choice of songs, he was full of energy and proved that he’s a true artist. However, after 45 minutes of intense songs, the set was over and he left. When it was all over, I really couldn’t believe how short it was. Besides the cut off, he was exceptional good and sounded exactly as he does on his album. If you have the opportunity to see Joe during this, don’t think twice: he is the real deal!

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Macklemore e Ryan Lewis: The Heist Tour LIVE @ Heineken Music Hall [RECENSIONE]

Macklemore & Ryan Lewis

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Ci sono giorni in cui tutto ciò di cui hai bisogno è una sferzata di energia. Per ricominciare, per ricaricare le batterie e sentirti viva, ancora una volta. Ci sono poi concerti in cui tutto ciò di cui hai bisogno è un biglietto, soprattutto se il concerto in questione è sold out da mesi. Perché non vorresti perderti quello spettacolo per nulla al mondo. E infine ci sono paragrafi nel tuo blog in cui ti ritrovi a parlare prima dell’effetto e poi della causa. Perché ti piace essere alternativa e farti chiamare Airali.

Inutile girarci intorno: Macklemore è tanta roba. Tra un biglietto inviato per posta e mai arrivato e un altro inviato via mail e stampato il giorno stesso, alla fine sono riuscita ad andare a vederlo live martedì 8 ottobre 2013 in quel di Amsterdam e più precisamente all’Heineken Music Hall, accanto alla Bijlmer ArenA, stadio ufficiale dell’Ajax.

Non so se siete stati attenti ma mi sembra giusto ripeterlo.
SOLD OUT. Da mesi. In tutta Europa.

Macklemore & Ryan Lewis

Insomma, un motivo dovrà pur esserci. Io penso che dopo anni di hip-hop ignorante che propina beat e lyrics a suon di money-sex-and-bitches (per carità, ognuno di noi ha ogni tanto quella parentesi da twerk selvaggio a mo’ di Miley Cyrus) ci siamo un po’ stufati di tutta questa superficialità. Anche Macklemore all’interno di The Heist, il suo ultimo lavoro, ha un paio di canzoni facilotte, con ritornello orecchiabile e rime baciate. Ma la cosa più bella è che vengono oscurate dalle canzoni impegnate – e senza nemmeno troppa fatica.

Un artista indipendente che lotta per anni. Per la musica. Per combattere (e vincere, ormai anni fa) la sua dipendenza da alcol e droghe. Per coronare il suo sogno e abitare il palco. Per intonare le sue battaglie ed essere di ispirazione per qualcun altro. Poco importa se sono 200 o 20.000 persone. L’importante è fare musica: per lavoro, per passione, per non capire dove comincia uno e finisce l’altra.

Macklemore & Ryan Lewis

Alle 19.30 sono già lì, convinta che il concerto cominci alle 20 – strane regole da concerto olandese, penso tra me e me. Mi gusto un’ottima performance dei Majors, crew di danza di altissimo livello. Non contenta della mia posizione o più semplicemente del mio metro e 68 che dietro agli olandesi volanti non mi permette di avere una buona visuale, decido di curiosare in galleria e da lì trovo posto per assistere all’esibizione dell’opening act: My name is Chance, The Rapper. I’m from Chicago, Illinois. Questo continuerà a ripetere tra una canzone e l’altra. Un artista bizzarro, particolare. Un misto tra Lupe Fiasco, Kid Cudi e Charlie Chaplin. Decido che mi piace – eccezion fatta per la scelta di chiudere con Harlem Shake, nota stonata. Le luci si riaccendono e c’è ancora mezz’ora di tempo prima che Macklemore faccia il suo ingresso sul palco.

30 minuti infiniti di agonia – rotta (finalmente!) dalle note di BomBom, unica traccia strumentale del nuovo album e, devo ammettere, una delle mie preferite perché mi permette di creare nella mia mente storie sempre diverse ogni volta che l’ascolto. Sulle ultime note eccolo apparire con una giacca sberluccicosa (It’s Michael Jackson’s jacket! Ok, take out Michael Jackson. It’s a jacket!) seminascosto da fuochi d’artificio ed effetti scenici degni dei più grandi artisti internazionali. Insieme ai musicisti (fiati e viole inclusi) e al fidato socio/dj/produttore Ryan Lewis si sale sulla giostra.

Macklemore & Ryan Lewis

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Ecco che parte Ten Thousand Hours, canzone apripista di The Heist, che parla di tutte le ore spese a far musica, ripagate poi dall’affetto incondizionato dei fan. Da lì un susseguirsi di luci, emozioni, suoni e lyrics di grande spessore tra cui Starting Over e Wing$ (un vero e proprio omaggio a Michael Jordan).

Macklemore & Ryan Lewis

I singoli di successo non tardano ad arrivare. Il primo è anticipato da una simpatica storiella probabilmente fittizia sull’arrivo di Macklemore in quel di Amsterdam con tanto di pedalata in bicicletta, bagno nei canali, i suoi vestiti rubati dai passanti e una vecchia signora che lo prende in spalla per portarlo nientepopòdimenoche al Thrift Shop, ovvero il negozio di seconda mano. Poco dopo è tempo di Same Love, un inno all’amore in tutte le sue forme, assolutamente a favore dei matrimoni gay. Mi sarebbe piaciuto ascoltare live anche la bravissima Mary Lambert che ha prestato la sua voce al ritornello, leggermente rimodellato rispetto alla sua (meno conosciuta) She Keeps Me Warm ma mi sono dovuta accontentare della registrazione. La folla (e la sottoscritta) va letteralmente in visibilio sulle primissime note di Can’t Hold Us (ci sarà spazio anche per un bis a fine show): ancora non mi so spiegare come quella canzone riesca a gasarmi così tanto e a non stancarmi mai.

C’è spazio anche per i pezzi meno impegnati come White Walls (e l’outfit da cowboy davvero impagabile) e la meno recente (e qui lo ammetto, piuttosto trash) And We Danced. Nel mezzo tanto spazio per pezzi meno conosciuti – tra cui il suo primissimo pezzo, scritto in 20 minuti, che ci propone acapella, e soprattutto grandi discorsi: a Macklemore piace dialogare con il suo pubblico. Del suo amore per la musica, della sua gavetta, della sua dipendenza ormai sconfitta, dei sogni che uno ha quando inizia a far musica nel garage di casa per poi ritrovarsi sulla bocca di tutti grazie al passaparola della gente. Perché così è avvenuto per la musica di Ben Haggerty, in arte Macklemore. Non sono state le case discografiche a farlo emergere grazie a business plan freddi e venali ma è stato il riconoscimento da parte del pubblico nel ritrovarsi di fronte un artista fatto e finito e semplicemente non ancora famoso. La voglia di condividere quella determinata canzone con i propri amici o colleghi, la smorfia di apprezzamento nel constatare che anche a mamma e papà questo tizio che vuole fare rap non dispiace perché parla di cose serie: tutto questo e molto altro è Macklemore.

Macklemore & Ryan Lewis

Uno dei concerti più adrenalinici a cui ho assistito ultimamente con tanto di stage diving, effetti speciali e tanta, tanta energia. Uno di quegli artisti che moriresti dalla voglia di conoscere perché sei sicura che ti farebbe divertire come pochi. 

E sapere che la scorsa notte è salito anche sul palco milanese del Forum di Assago mi rende ancora più orgogliosa. Sono sicura che anche in quel di Milano avete fatto la vostra bella figura in quanto a calore e coinvolgimento!

Insomma, caro Mack.. alla fine ce l’ho fatta. 1 a 0 per me, palla al centro. Sono riuscita a prender parte al tuo grande, grandissimo show. Sono salita sulla giostra e sono scesa con dieci, cento, mille idee in testa. La più grande di tutte? Tornare a far musica che, per cause di forza maggiore, in questo periodo ho un po’ accantonato.

E ora sì che tutto torna: causa-effetto rimessi al proprio posto. Concerto magnifico-Voglia di provarlo sulla mia pelle, anche se ovviamente in scala estremamente ridotta. E se tu hai questo potere di sedurre la mente solo grazie alla forza della tua musica e delle tue parole, beh, ce l’hai fatta anche tu amico. 1 pari, mi arrendo. Ma nessuno vince: è uno scambio, è un give-take, è bidirezionale, come hai tenuto a ricordare tu su quel palco. Perché di seconda mano la tua musica ha poco e niente.

Finalmente un artista originale, come non se ne sentivano da un po’. Finalmente un Rapper con la R maiuscola, di quelli che ascolti a tutto volume mentre pedali a mille e se ti sfugge qualche parola non vedi l’ora di cercare le lyrics su Google per completare il quadro.

Finalmente un poeta moderno che impara dagli errori del passato e li trasforma in parole e poi in musica e poi in concerti da 10.000 persone. E infine in ispirazione. E in futili case discografiche che si disperano per non averci pensato prima.

Macklemore & Ryan Lewis

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Macklemore & Ryan Lewis
Video Playlist (LIVE @ HMH, Amsterdam)

Thrift Shop
Same Love
Can’t Hold Us

Macklemore & Ryan Lewis – Scalper Calls

Macklemore & Ryan Lewis – Fall Tour Docu Series: Episode 01

Il Cile LIVE @ Carroponte Festival: “Il coraggio va sempre premiato” [RECENSIONE]

Il Cile

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Alle parole, alla musica de Il Cile mi ci sono affezionata proprio tanto. Le esamino, le analizzo, do la mia interpretazione e, puntualmente, ogni volta ci trovo dentro mondi diversi, nuove sfumature e segreti di cui non mi ero accorta.

Un contorsionista delle espressioni verbali questo Lorenzo Cilembrini, suo vero nome. Una di quelle nuove voci della musica italiana su cui mi verrebbe da scommettere ad occhi chiusi ed orecchie ben attente, con quel graffio particolare nel timbro che lo rende estremamente interessante.

Perché mentre gli altri cantanti sono impegnati a scegliere la posa plastica con cui aprire il concerto, lui pensa a giocare magistralmente con le sue canzoni insieme al suo pubblico, un pubblico che sta lì perché è andato a sentir suonare un amico. Umiltà, creatività, profondità e anche quella giusta dose di sano scazzo che lo rende ancora più autentico di come ve lo aspettereste.

Va di 4 in 4 Il Cile: dall’Alcatraz di Milano al palco di Sanremo in soli 4 mesi per poi arrivare, dopo altri 4, ad aprire i concerti di Jovanotti allo stadio San Siro davanti ad un tripudio di gente. Che poi, mica è solo fortuna. Il Cile è uno che le cose le fa così bene che lo stesso Jovanotti, dopo aver espresso più volte la stima nei suoi confronti, gli invia un messaggio per chiedergli di essere uno dei suoi Opening Act.

E lì, dopo un palco così importante, viene da chiederti: sarà in grado di ridimensionare la percezione e dare il meglio di sé anche su un palco più modesto, più intimo come quello del Carroponte ieri sera? La risposta è sempre sì. Anzi, te lo vedi nel backstage che saltella cercando di stemperare la tensione che si prova prima di posizionarsi di fronte all’asta di un microfono, siano 20 o 50.000 persone. Quella tensione che si trasforma in adrenalina non appena emetti la prima nota, non appena ti rendi conto che il pubblico che hai di fronte ti sta osservando, scrutando e sorridendo, magari cantando a memoria le parole del tuo primo album.

Il Cile

Il Cile LIVE @ Carroponte

Così è stato. Dopo l’apertura dei bravi Plan De Fuga, gruppo rock italiano, Il Cile fa il suo ingresso accompagnato dalla sua ottima band (big up per Riccardo Presentini alle chitarre!) e accolto dal boato dei suoi ciloski, così a lui piace chiamare i suoi seguaci. Insieme ripercorriamo tutti i brani di Siamo Morti a Vent’Anni, l’album con cui ha sfondato il muro della canzone italiana, quel muro un po’ saturo di pezzi già sentiti e risentiti, l’album con cui è riuscito a crearsi uno spazio tutto suo: quello del cantautore sì incazzato ma mai arreso. Lo ripercorriamo insieme perché lo vedi che negli occhi de Il Cile c’è la voglia di cibarsi del calore di chi lo ascolta, perché in fondo anche lui, come noi, è ancora quel ragazzo un po’ insicuro che non riesce a capacitarsi di tutte le tappe che pian piano sta raggiungendo. Ricordo di aver ascoltato per la prima volta il suo album su una spiaggia siciliana sotto il sole cocente che bruciava la pelle e i ricordi dell’estate che stava finendo. Rimasi letteralmente stregata per il modo in cui aveva deciso di far combaciare le parole: tutto sembrava così complicato eppure così semplice. Dal Vangelo secondo Il Cile.

Il Cile

Il Cile LIVE @ Carroponte

È con Credere Alle Favole che apre il concerto al Carroponte passando per Tu Che Avrai Di Più e Il Mio Incantesimo fino ad arrivare a Tamigi, la canzone che più di tutte sento mia. Forse perché, come spiega Il Cile, “parla di una ragazza che ha deciso di lasciare tutto e andare a vivere all’estero e io penso che, dopotutto, il coraggio vada sempre premiato”. Che è quello che farò a breve scegliendo come meta l’Olanda, quella di cui Lorenzo parla all’interno de La Lametta. C’è spazio anche per Escluso Il Cane di Rino Gaetano, canzone a cui tiene tantissimo, un testo di altri tempi che nessuno oserebbe più scrivere e forse per questo così preziosa. Impossibile poi non cantare Le Parole Non Servono Più, brano portato a Sanremo Giovani che gli ha permesso di vincere il premio come Miglior Testo – e non c’è da stupirsi. Oltre a tutti gli altri pezzi presentati, La Tortura Medievale e I Tuoi Pugnali (altrimenti ribattezzata “la sperimentale Leone”), contenute all’interno dell’edizione speciale del disco, permettono di conoscere ancora più a fondo l’artista che abbiamo di fronte, quello che usa le sue ferite come ingredienti per la ricetta della canzone perfetta.

Il Cile

Il Cile LIVE @ Carroponte

Un paroliere che ti entra in testa e poi nella pancia e poi nel cuore. Un album che parla chiaro, senza illuderti con inutili coloranti, senza avere paura di puntare il dito contro ciò che non funziona, sia esso dentro o fuori di noi, nel corpo o nella società che abitiamo. Un animo semplice e profondo al tempo stesso che sa esprimersi attraverso la musica e soprattutto la scrittura. Probabilmente lo stesso effetto che a lui fa la cover di Rino Gaetano a me è la sua musica a farlo. Perché è qualcosa di altri tempi e non so se siano passati o futuri. So solo che si discosta dai cliché del cantante medio italiano ed è per questo che mi piace da impazzire. Uno di noi che parla per noi quando noi non abbiamo il coraggio di farlo. E dal Vangelo secondo Il Cile il coraggio va sempre premiato.

E allora chapeau, Lorenzo. E che la prossima volta San Siro sia tutto per te.

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