Il Cile – In Cile Veritas: “Amo chi si rifugia nella mia musica” [INTERVISTA + RECENSIONE]

Il Cile - In Cile Veritas

Mi ha fatto innamorare della sua musica un paio d’anni fa quando incuriosita ho usato Shazam per scoprire a chi appartenessero le parole di Cemento Armato. Di lì a poco quelle parole avrebbero creato, a loro insaputa, uno di quegli inni generazionali che canti con il magone in gola, che parlano di rabbia ma non di resa. Con YouTube sono riuscita ad attribuire un volto a quella voce che sapeva di ruggine e miele al tempo stesso. iTunes mi ha dato la conferma del suo potenziale quando ho acquistato Siamo Morti a Vent’Anni, in formato digitale.

C’è stato poi il live all’Alcatraz, l’apertura del tour di Jovanotti a San Siro e il concerto al Carroponte che non hanno fatto altro che ribadire il concetto: Il Cile, all’anagrafe Lorenzo Cilembrini, è uno dei cantautori più promettenti e innovativi della scena musicale italiana. Versi affilati come lame, rime ABAB che vengono annientate da più imprevedibili assonanze e consonanze. Non si sa come ma in questi due anni è anche riuscito a trovare il tempo per scrivere il suo primo libro – Ho Smesso Tutto: un’altra perla preziosa. Sbalordire è il suo mestiere e lo sa fare bene.

Ciloski rock 'n roll @ La Feltrinelli, Milano

Perché Lorenzo io ce lo vedo sui banchi di scuola, non ad insegnare ma a distribuire manuali di sopravvivenza per i dopoguerra di vita e di amore. Ascoltando i suoi versi impari i trucchi per leccarti le ferite, ottimizzi i cerotti rimasti da mettere sulle ginocchia sbucciate, impari a convivere con il freddo del pavimento trovando la giusta angolazione per darti la spinta e rialzarti ancora una volta.

Le aspettative per questa seconda fatica musicale erano altissime. Con il primo singolo non è riuscito a conquistarmi ma ha saputo farsi perdonare con il secondo. L’ascolto dell’album ha fatto dimenticare i dubbi iniziali, come quando litighi alle 2 di notte e poi, dormendoci sopra, la mattina non ricordi nemmeno i motivi.

Qualche giorno prima che uscisse In Cile Veritas (che lui definisce un brindisi alla vita, a volte per sorridere altre per dimenticare), l’ho intervistato. Si è parlato di adrenalina da palco, di ispirazioni musicali e della grandezza delle piccole cose.

INTERVISTA

▨ 5 minuti prima di.. San Siro, Sanremo, un nuovo album in uscita: le farfalle nello stomaco cambiano in base all’esperienza che stai per vivere o sono sempre le stesse?

Sale sempre una strana inquietudine mista ad una strana voglia di vivere. In queste occasioni mentre canto piango ma lo nascondo bene. Perché sono lacrime di felicità.

▨ La ricerca di espressioni mai banali o scontate nei tuoi brani è frutto di notti insonni alla ricerca della parola perfetta o avviene tutto fluidamente senza troppe matite spezzate?

È connaturato a ciò che sono. Adoro l’italiano.. Non perdona errori ma è meravigliosamente complesso. Ci nuoto dentro dalle elementari.

▨ Qual è stato il tuo percorso musicale? E come hai nutrito il tuo particolarissimo timbro vocale?

La musica mi possiede. Fin dall’infanzia mi ha regalato evasioni meravigliose. Il timbro è nato studiando il canto ma a 20 anni mi dissero che non sapevo cantare. Mi sono rifatto.

▨ The Music Portrait parla di emozioni, sensazioni e sfumature connesse alla musica. Ti è mai capitato di associare colori alle canzoni che ascolti?

Per me la musica o è bianca o è nera.

▨ Back in the days: nella preziosa e bellissima Il Mio Incantesimo dici: E come un uomo elefante io mi emoziono per niente. In cosa ritrovi quel potere travolgente in grado di farti emozionare?

Io mi emoziono davanti all’amore e alle persone che amano. Tutto qui. 

▨ “Il Cile fa musica incazzata”, “Il Cile non sorride mai”, “Il Cile? Ma che nome è?” Quale tra queste espressioni è ormai diventata la più prevedibile?

“Il Cile non sorride mai” perché in realtà c’è poco da ridere. Io amo Johnny Cash che spiegò chiaramente che in quello che scriveva c’era molto poco da ridere. Per me la musica è la cartina tornasole dei miei tormenti. Non voglio compassione, voglio solo sfogarmi.

▨ Per il secondo singolo Sapevi Di Me hai chiesto la collaborazione dei tuoi fan per la realizzazione del video musicale: che rapporto hai con chi ti segue?

Quando ho visto il montaggio del video ho pianto. Quando ho visto l’album al 9° posto su iTunes in pre-order ho pianto. Io vivo per chi mi segue. Sono complesso ma amo chi si rifugia nella mia musica.


RECENSIONE
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Il Cile - In Cile Veritas


1. SAPEVI DI ME | ▻▻ Lyric Video
★★★★

Inizio col botto. Un continuo crescendo di espressioni da decifrare, di strofe alternate a ritornelli alternati a bridge, in una dinamica che mescola tutto e ti lascia, sfinita ma leggera, a fare i conti con te stessa. Il singolo che commuove anche i sordi.

♡ Sa di: spiagge insolitamente vuote, ritorni in macchina che sembrano più corti delle andate, singhiozzi nascosti per troppo tempo.
Dice: La vita ti asciuga le lacrime a volte togliendoti gli occhi.


2. ASCOLTANDO I TUOI PASSI
★★★★★ cum laude

Il Cile è un pazzo, un folle. Ho schiacciato play 7 minuti e 53 secondi fa e mi ritrovo già in una valle di lacrime. Questa canzone è una vera e propria pugnalata allo stomaco, così bella che fa star male. Ha la musicalità tipica di una canzone dei Coldplay ed è piena zuppa di quella sensibilità tipica di Lorenzo. Se non mi fa un altro scherzo di questi entro la fine dell’album qui lo dico e qui non lo nego: Ascoltando I Tuoi Passi è la canzone più bella che Lorenzo Cilembrini abbia mai scritto nonché una delle canzoni più belle degli ultimi anni. Sto tremando. Ho bisogno di una pausa. Vado a cercare un defibrillatore.

♡ Sa di: luci intermittenti riflesse sulla pelle e quel dolce senso di claustrofobia che ti provocano le gallerie in autostrada.
Dice: Il locale era pieno, posseduto dal fumo, io cantavo canzoni che non ricorda nessuno, mi fissavi negli occhi e mi ruppi come un bicchiere.


3. LIBERI DI VIVERE
★★★

Se questa canzone fosse un cocktail sarebbe una Caipiroska: alcol camuffato in quintalate di zucchero per farti indorare la pillola e far finta che vada tutto bene. Liberi Di Vivere è il fratello buono di Cemento Armato, quello che in faccia gli si rivolta contro ma poi elogia il fratello quando non c’è. La canzone che canteresti in una torrida notte d’estate, in riva alla spiaggia, poco prima di What’s Up. Quando Il Cile picchia duro su quel liberi a metà ritornello capisco che il ragazzo ha un’estensione mica da ridere.

♡ Sa di: falò e accettazione.
Dice: Di amici ne ho pochi ma tutti cattivi.


4. L’AMORE E’ UN SUICIDIO
★★★

Immaginatevi i Beatles spaccare chitarre come fossero i Rolling Stones. Aggiungeteci il capello spettinato – non è dato sapere se sia volontariamente spettinato o semplicemente il risultato di notti passate a rigirarsi sul cuscino. Ad ogni modo, questo è il mood della canzone che stravolge tutte le aspettative: dal titolo mi aspettavo un altro lento massacrante e invece fa quasi venir voglia di pogare. La prima uptempo dell’album ha tutte le componenti dei piatti forti di Lorenzo: dissacrazione dell’amore (quello finito perché quello attuale è troppo noioso) e ottimo arrangiamento musicale. Mi fa venir voglia di indossare le Dr. Martens. Solo quelle.

♡ Sa di: smalto sbeccato e Jack Daniels.
Dice: Principi e principesse azzurri ma carbonizzati, vittime della fiaba del c’eravamo tanto amati.


5. PARLANO DI TE
★★

Ci sono quei 5 secondi, quando ci alziamo al mattino, dove la mente non pensa, dove tutto sembra fatto di ovatta e non ci sono pensieri negativi che possono infestare la nostra anima: è il limbo tra i sogni e la realtà che, per colpa nostra, ci mette poco a riportarci con i piedi sul pavimento e nelle scarpe. Se la nostra vita avesse una colonna sonora che parte in automatico, in quel momento, dopo quei magici 5 secondi, partirebbe Parlano Di Te. Lei ti ha lasciato, tu hai fatto finta di niente ma ogni cosa che il tuo sguardo incontra ha il suo sapore. Anche quelle più stupide per cui i tuoi amici ti prenderebbero per il culo. Ogni persona che incontri ha qualcosa di lei, ogni tua abitudine sembra follia se fatta senza averla al tuo fianco. Quasi al pari di Ascoltando I Tuoi Passi, potrebbe esserne il seguito che rende giustizia. Riprendo il defibrillatore che ho lasciato sotto il tavolo.

 Sa di: secondi mazzi di chiavi abbandonati sul comodino.
Dice: Parlano di te tutti i miei piatti da lavare, parlano di te i vecchi film alla televisione che guardavamo isolati da tutto perché il tutto non ci ha mai voluto bene.


6. BARON SAMEDI
★★

Ce l’aveva fatta ascoltare durante i concerti del suo primo tour, come fosse una bonus track, come una di quelle canzoni che gli sarebbe tanto piaciuto inserire in Siamo Morti a Vent’Anni, sua prima fatica. Loop nostalgia dei live assicurato.

♡ Sa di: quella complessità immortale ed enigmatica tipica delle donne.
Dice: Sei la biologa che ridà la vita alle mie delusioni che trasmettono malinconie alle mie canzoni.


7. SOLE CUORE ALTA GRADAZIONE ▻▻ Video
★★½

Lui lo sa: Sole Cuore Alta Gradazione non mi ha entusiasmata e per questo sono stata ribattezzata Torquemada. Ma in fin dei conti è l’eccezione che conferma la regola e, arrivata alla settima traccia dell’album, direi che sono pronta a perdonargli questo (anti) tormentone che come scopo ha quello di dissacrare tutti i tormentoni della storia. L’idea è fighissima, il testo niente da dire, la melodia pre-ritornello in realtà è bellissima. Quello che non riesco a fare mio è l’intro oratoriale e la scontatezza del ritornello. Il video, divertentissimo e con una bellissima luce che risalta al meglio i colori de Il Cile, aiuta comunque un sacco.

Sa di: Tre Parole e Aserejé affogate in kili di Mentos e litri di Coca Cola.
Dice: C’è un cimitero di lattine indiane sul comodino di una strega abbronzata.


8. MARYJANE
★★½

Sono affezionata a Maryjane. Lorenzo l’aveva condivisa tempo fa su Facebook: in braccio la chitarra e la sua camera in bianco e nero a fare da sfondo. Se avessi il potere di decidere la scaletta dei suoi concerti la metterei tra le ultime tre canzoni. Perché Maryjane ha quella atmosfera da arrivederci in agrodolce.

Sa di: colpi di testa e fumata bianca.
Dice: Chissà con chi passi adesso le notti, se ami ancora per non essere amata, ignorando ogni tua ferita.


9. VORREI CHIEDERTI
★★

Ci sono occhi che non riusciamo a scordare, occhi che quando chiudiamo i nostri sono ancora lì a fissarci impavidi, consapevoli del loro effetto. Il respiro manca ma le gambe cominciano a tremare quando quegli occhi abbandonano i nostri abbassando lo sguardo, forse per un po’, forse per sempre. Quella persona diventa così assurdamente importante che riesce a tenerci in vita anche con la sua assenza, anche solo con i suoi silenzi. Vorrei Chiederti è la canzone dell’amore che poteva essere ma che, per errore o per destino, non è (più) stato. Un’occasione perduta. Il sipario che cala perché non riesci più a continuare. L’amico che ti incoraggia a lottare. Show must go on scritto sui muri e sul cuore. Rabbia, frustrazione, malinconia: qui più che le parole è la voce di Lorenzo a parlare. Inconsciamente più sporca del solito, ci arriva tutto il suo Io.

Sa di: afa e gelo e tutte le altre perfette contraddizioni di Milano.
Dice: Io che ringrazio Dio soltanto perché è riuscito a fare dei tuoi occhi un secondo paradiso.


10. UN’ALTRA AURORA
★★

La canzone che abbraccia e che vuole essere abbracciata. Un abbraccio protettivo, di quelli infiniti che ti fanno pensare che il mondo non è poi così male. Un’Altra Aurora è la canzone del presente che funziona.

Sa di: riconoscenza e riconoscimento.
Dice: Io che ti ho vista ricucire tutte le mie vene, io che di notte uccido i sogni se non stiamo insieme.


11. LIBERI DI VIVERE (Alternative Version)
★★

Bonus track regalata a chi ha deciso di pre-ordinare l’album su iTunes. Atmosfera rarefatta di quelle che piacciono a me, di quelle che la batteria entra dopo il primo minuto e a te dopo il primo battito è già venuta la pelle d’oca. Devo ancora decidere se mi piace di più questa o la versione con chitarra. Mi prenderò ancora qualche istante per decidere e per processare questo trip(udio) di emozioni.

Sa di: velluto, sbagli e gran finale.
Dice: Questa gioventù non ha mai smesso di bruciare, coi suoi rimorsi, i suoi conti da pagare, ma siamo liberi di vivere anche senza le istruzioni.


Il Cile - In Cile Veritas

L’album è giunto alla fine. Stranamente non ho quel pensiero da avrei voluto un paio di brani in più. Qui c’è tanto da metabolizzare. Mi sento sazia come ad una cena di Natale, in bilico tra il sentirmi scoppiare e l’essere grata per questo momento speciale.

Lorenzo è fortunatamente il Lorenzo di due anni fa, ha solo più tastiere e meno chitarre, ha solo scritto di più trovando ogni volta testi alternativi per i suoi ritornelli che non sono mai uguali ma ogni volta caramelle diverse da scartare. Perché sono tante le cose da dire e dirle in 4 minuti è sempre un’impresa.

Ho ascoltato Siamo Morti a Vent’Anni su una spiaggia siciliana e In Cile Veritas in una biblioteca milanese colma di studenti universitari a cui avrei voluto urlare di mollare tutto perché la vita, quella vera, non la si studia coi libri ma con le canzoni. Entrambi gli album sono arrivati a fine estate, come una scottatura che inizialmente ti dà noia ma diventa poi parte di te perché ti scuce la pelle ma poi te la rigenera.

E a dirla tutta, comincio a pensare che questa storia di fine estate non sia una semplice coincidenza. Comincio a pensare che la musica de Il Cile sia l’antidoto, la cura. E poco importa se il regalo da scartare arrivi i primi di settembre anziché gli ultimi di dicembre. Si tratta sempre e comunque di nuovi inizi, nuove porte che sbatteremo e nuove promesse che puntualmente infrangeremo.

In Cile Veritas non fa miracoli né aiuta a prevenire: è la crema doposole che dà sollievo alla pelle scottata, è la crema cicatrizzante che a distanza di tempo ci fa sfiorare le nostre ferite con quel sorriso in volto, tipico di tutti quelli che hanno imparato a rendere più sopportabili sbagli, sbadigli e paure.

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Le Mille Lezioni di Giorgio Faletti

Giorgio Faletti

«Come ti chiami?» mi aveva chiesto dopo che, emozionata come non mai, avevo pazientemente aspettato il mio turno per farmi firmare la copia di Fuori Da Un Evidente Destino, il suo terzo romanzo.

«Ilaria» risposi con voce tremante. Avrei voluto dirgli mille cose: di come avessi divorato i suoi libri precedenti, di come i suoi lavori avessero contribuito sempre più al mio amore per le parole, di quante frasi avessi sottolineato sperando che, così facendo, potessero sedimentarsi nel cuore e nella mente, di quanto stupidi fossero i commenti della gente che, senza nemmeno aver letto mezza pagina, gli affibbiava l’etichetta di scrittore mediocre e retorico.

Ero la più piccolina di quel gruppo d’ascolto, un centinaio di persone curiose di scoprire chi ci fosse dietro quell’artista poliedrico che, instancabile, riusciva sempre a reinventarsi in modo assolutamente credibile.

Ci scambiammo uno sguardo di intesa, di quelli per cui non serve parlare. Tornai al mio posto accarezzando la copertina del libro che avrei divorato di lì a poco. Aprii e mi fiondai sulla prima pagina scoprendo che dopo ”A Ilaria..” e prima della sua firma mi aveva disegnato un cuore. A me soltanto. Ne ero sicura perché mi ero permessa di sbirciare i 5 secondi di gloria delle persone in fila davanti a me.

Frank Ottobre, personaggio di Io Uccido, è stato uno dei grandi amori della mia vita. Platonici. Utopici. Assurdi. Ma pur sempre amori. Questa era una delle mille qualità di Giorgio Faletti. Farti innamorare di personaggi di carta che riescono a prendere forma nella tua testa. Farti perdere treni senza farti incazzare. Farti perdere la cognizione del tempo perché l’unica cosa che desideri è arrivare alla fine del libro e portarti a casa una lezione in più.

Cabaret, musica, cinema, teatro, scrittura: di lezioni ce ne ha lasciate da qui fino all’eternità. È questo che fa di un uomo un grande uomo.

«Ci fu un attimo di quelli in cui la vita pare sospesa..
..e il tempo prendersi una pausa.»

Ciao Giorgio.
Riposa in pace.

Pietro Gugliemo Maria Boggia (detto Piero): lettera al Prof. che mi ha insegnato ad amare la musica

Pietro Boggia

Sono le 6 del mattino di una non troppo calda mattina estiva olandese. Mi sveglio con l’affanno tipico di chi si addormenta per sbaglio sul divano e ad una certa ora deve fare i conti con quel tipo di stanchezza che necessita di un vero letto e non di un surrogato. Controllo velocemente il cellulare, sicura di non trovarci nulla che possa attirare la mia attenzione. Mi sbaglio: il battito del cuore rallenta e poi accelera immediatamente quando leggo il messaggio di Valentina: Ila, è morto il Prof. Boggia.

La stanchezza scompare, mi siedo, cerco di metabolizzare. Il Prof. Boggia? Impossibile, lui era un supereroe. I supereroi non muoiono mai. O forse sì, qualche volta. Forse i migliori sono troppo giusti per stare in questo mondo, forse il loro talento qui è sprecato.

Il Prof. Boggia è stato il mio professore di musica alle scuole medie: 3 anni intensissimi, colmi di bei ricordi, di primi amori, di quelle amicizie che rimangono intatte nel tempo. Tralasciando qualche lezione di flauto alle elementari, il mio primo, timido approccio con la musica è stato qui. Il primo incontro ravvicinato con le note musicali, quelle sconosciute, pure. E anche le prime armonizzazioni grazie al corso di Canto Corale. I primi concerti. Le prime farfalle nello stomaco quando mettevo piede su un palco. I primi sospiri di sollievo quando sentivo la gente applaudire convinta. Una serie di prime volte, quelle indimenticabili che non cancelli più dal cuore, quelle che non basta una passata di cancelletto sulla lavagna per far finta che non siano mai esistite.

Il Prof. Boggia è stato quel professore un po’ pazzerello che tutti rispettano perché gli riconoscono il talento, la tenacia, la passione per ciò che fa. Si posizionava davanti al piano, chiudeva gli occhi e si faceva trasportare in posti magici, lontani. Ce lo trasmetteva diventando un’unica cosa insieme allo strumento, disegnando cerchi in aria con la postura del corpo, della testa. Un animo fedele – dal 1984 ad oggi: quasi 30 anni di insegnamento musicale nella stessa scuola.

Insieme a lui ho scoperto di avere ritmo grazie al corso di Percussioni dove puntualmente io e Valentina ci spodestavamo a vicenda per il titolo di “regina delle congas”. Ancor prima, scoprii di avere una buona propensione per la musica quando ci chiese di cantare a nostro piacimento una canzone in classe, davanti a tutti: un incubo a quei tempi. Con la dolcezza dei miei 11 anni portai Hanno Ucciso L’Uomo Ragno degli 883 e, pur non essendo una canzone difficile, il Prof. Boggia riconobbe in me una potenziale cantante. Brava Ilaria, ti meriti Ottimo. Fu poi la volta di costruire uno strumento musicale con ciò che trovavamo in casa. Ricordo di averlo costruito con mia zia e di esserne stata parecchio fiera: un ibrido tra un tamburellino e delle maracas costruito grazie al cartone di un rotolo di Scottex, cannucce e tappi di bottiglia. Un altro Ottimo, un altro piccolo incoraggiamento alla mia autostima musicale.

Mai dimenticherò i concerti al Cinema Metropolis, alla Villa San Carlo Borromeo, lo spettacolo in cui ognuno preparò la sua personalissima Pigotta per l’Unicef o quelli di Natale nelle case di cura, a strappare un sorriso agli anziani. O quella volta che insieme a qualche altra professoressa mi premiò per aver vinto il concorso di Miglior Recensione di un Libro (ricordo ancora si trattava di un libro sull’isola di Pasqua) e io, scioccata e incapace di crederci, sobbalzai sulla sedia e per salire sul palco ci misi un po’ più del previsto.

Mai dimenticherò la passione che ci ha trasmesso facendoci studiare Blowin’ In The Wind, Così Celeste o Pensieri e Parole ma soprattutto le inimitabili Once Upon A Time e Trinidad (La Fuga Geografica). Ci divideva in gruppi e ad ognuno il suo compito.. E la magia, la meraviglia nel constatare che ognuno riusciva a tenere una melodia, un ritmo diverso! Come un puzzle tutto riusciva ad incastrarsi perfettamente.

E qualche anno dopo ritrovarla in giro per le strade del paese e poi su Facebook dove ricordo di averla invitata ad una mia esibizione live – e poco importa se rimase solo un invito. Penso che volessi più farle sapere che tutto ciò che mi aveva insegnato aveva funzionato. Il suo esperimento era riuscito: un’altra anima devota alla musica. Forse non quanto lei ma abbastanza da poterle confessare che la musica mi ha salvata da lacrime e dolori diverse, svariate volte.

Sono quasi le 7 e il cielo è già chiaro. Mi immagino lei, appoggiato su qualche nuvola, con il pianoforte e uno spartito, mentre mormora qualcosa tra sé e sé lamentandosi degli angeli più vivaci che in quelle occasioni non fanno mai assoluto silenzio. E poi lei che dà le spalle, non per vendetta al pubblico casinista, ma per dirigere il suo magnifico coro, con quella verve frizzantina che l’ha sempre contraddistinta, e indicare i suoi alunni a fine canzone per far prendere loro l’applauso più grande.

Non esagero quando dico che ha avuto un ruolo fondamentale nella vita di tante anime incontrate sul suo cammino – e penso che lei Prof. possa esserne fiero a tutti gli effetti, penso che per una volta l’applauso sia e debba essere solo ed esclusivamente per lei.

Perché in fondo chi meglio di lei può rappresentare la musica? Lascerà vuoto e pienezza al tempo stesso nei cuori di tutti noi ma, come ci ha sempre insegnato, anche il vuoto, la pausa, l’assenza risultano necessari se si vuole comprendere al meglio la totalità della musica.

Ciao Prof. Non è stato solo un piacere, è stato un onore.

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Gruppo Facebook: Alunni ed ex del BOGGIA