Io sono Jardi. E questa è Watercolor.

Jardi - Watercolor

La prima canzone l’ho scritta a 8 anni. Si chiamava Insieme: era una canzone dal testo prevedibile ma dalla melodia quasi magica, una melodia che funzionerebbe anche adesso a quasi 20 anni di distanza. Ricordo la soddisfazione nel cantarla, nel sentire che le parole riuscivano ad incastrarsi perfettamente con la musica, quella che regnava nella mia testa, come quando giocavo a Tetris. Mi ero immaginata tutto, anche il video. Allora facevo indigestione di clip musicali su MTV e registravo le canzoni più belle su cassetta per ascoltarmele successivamente.

Alle scuole medie c’è stato canto corale, con il miglior professore di sempre, e lì ho scoperto di avere una voce piacevole. Poi c’è stato il primo gruppo durante le superiori: ci chiamavamo Flynetz e facevamo hip-hop pensando di poter arrivare anche oltremanica grazie a MySpace. Lì per la prima volta ho assaporato la libertà: potevo registrare i miei ritornelli in un bellissimo studio di registrazione ricevendo i consigli preziosi di Danti dei Two Fingerz.

Poi è arrivato lo studio del canto, il perfezionamento, le prove con i grandissimi DisCover – la mia coverband funky, e le conseguenti, innumerevoli date nei (peggiori) locali dell’hinterland milanese. Nel frattempo ho avuto la fortuna di prendere parte a tre eventi che mi hanno insegnato tantissimo: 1) il musical dedicato all’Aloha – il più famoso concerto di Elvis, che mi ha vista salire sul palco del Teatro della Luna di Milano, 2) la mia esperienza corale con le Kanteria – che ci ha viste arrivare tra gli ultimi 10 gruppi vocali rimasti durante i bootcamp di X Factor Italia 2012 e 3) la partecipazione, in qualità di corista, alla finale svizzera dell’Eurovision Song Contest del 2010. Dopo, il nulla.

Ho deciso di rincorrere l’altro mio sogno: quello di vivere e lavorare all’estero. Mi sono trasferita ad Amsterdam, ho canticchiato qua e là in acustico e sul palco di qualche jam session ma nulla di corposo, nulla di costruttivo. E dopo quasi un anno passato così, ho sentito l’esigenza di rimettermi in gioco per un semplice motivo: io AMO cantare. Quest’anno senza musica è stato duro da sopportare, tanto che appena mi rimettevo le cuffie nelle orecchie mi chiedevo perché non l’avessi fatto prima (e più spesso). Nei miei anni di ispirazione musicale – così mi piace chiamarla, sono stata Nephtis, AiRaLi, semplicemente Ilaria. Non sono mai riuscita a trovare un nome d’arte che potesse soddisfarmi pienamente e penso che non lo troverò mai. Ma al giorno d’oggi mi sento Jardi, diminutivo di Mangiardi – il mio cognome, quel cognome che da piccola mi andava stretto perché era facilmente attaccabile, a maggior ragione perché ero secca come un palo della luce. Jardi perché ho imparato a convivere un po’ di più con la parte di me che mi piace di meno, come il mio cognome quand’ero bambina. Perché ho imparato che nella vita mai dire mai, che siamo tutti imperfetti e per questo speciali e unici nel nostro genere. Perché la J all’inizio fa sì che anche gli amici che non parlano la mia lingua riescano a pronunciarlo – dato che per loro sono Ilaria Manghiardi -.- Perché quella J internazionale sta a voler dire che, nonostante mi capiti ogni tanto di buttar giù parole in italiano, riesco ad esprimermi al meglio solo quando scrivo in inglese. Per ora. E dunque per ora sono Jardi.

L’imperfezione è anche il tema della canzone che vorrei farvi ascoltare, se ne avrete voglia. Si chiama Watercolor che in italiano sta per Acquerello. Mi è arrivata nella testa una sera al volante mentre tornavo a casa ascoltando Radio Montecarlo. Stavano passando Northern Lights, instrumental track del gruppo Lux. Il ritornello è arrivato subito, senza indecisioni. Ho aperto la porta di casa, mi sono fiondata sul letto con foglio e penna e, tempo un’ora, erano nate anche strofe e bridge. Watercolor è stato il frutto di un esercizio del mio corso di comportamento scenico: Silvia Beillard, insegnante di vita, ci aveva chiesto di fare qualcosa per noi, qualcosa che non avremmo mai fatto o che non facevamo da troppo tempo. Io era da un po’ che non mi cimentavo con l’ispirazione musicale. E senza nemmeno insistere, è arrivata. Forse perché semplicemente doveva arrivare. Così come le persone sul nostro cammino, a volte le cose capitano perché ci servano da lezione, da reminder, da incoraggiamento o semplicemente perché è così e basta, senza troppe spiegazioni.

Il mese dopo ho registrato Watercolor nello studio del mio amico Edo. Non sono stata perfetta ma è anche un po’ il senso di tutto ciò che c’è dietro. L’accettazione della nostra parte peggiore, il dover convivere con essa che diventa, dopo un po’ e per forza di cose, il voler convivere. A fine post trovate canzone e lyric video – che mi è costato un paio di notti insonni (perché son quelle cose che guardi in 5 minuti ma che richiedono 5 ore di tempo) ma che ho fatto con quella voglia di arrivare alla fine per vedere che tutto andava come doveva andare, come quando da bimba cantavo Insieme dall’inizio alla fine, soddisfatta.

Prendetelo come un dono che voglio farvi. Ho capito che dobbiamo volere e volerci più bene. Ogni tanto ce ne scordiamo. La maggior parte delle volte ce lo scordiamo.

Dobbiamo abbracciare e abbracciarci di più, senza tracciare linee dritte ma perdendoci tra colori, tele e pennelli. Perché siamo meno stilizzati e più complessi di quanto vogliamo far credere. E mi permetto di dirvi che ci sta, che va bene così.

It’s ok not to be perfect

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