Pietro Gugliemo Maria Boggia (detto Piero): lettera al Prof. che mi ha insegnato ad amare la musica

Pietro Boggia

Sono le 6 del mattino di una non troppo calda mattina estiva olandese. Mi sveglio con l’affanno tipico di chi si addormenta per sbaglio sul divano e ad una certa ora deve fare i conti con quel tipo di stanchezza che necessita di un vero letto e non di un surrogato. Controllo velocemente il cellulare, sicura di non trovarci nulla che possa attirare la mia attenzione. Mi sbaglio: il battito del cuore rallenta e poi accelera immediatamente quando leggo il messaggio di Valentina: Ila, è morto il Prof. Boggia.

La stanchezza scompare, mi siedo, cerco di metabolizzare. Il Prof. Boggia? Impossibile, lui era un supereroe. I supereroi non muoiono mai. O forse sì, qualche volta. Forse i migliori sono troppo giusti per stare in questo mondo, forse il loro talento qui è sprecato.

Il Prof. Boggia è stato il mio professore di musica alle scuole medie: 3 anni intensissimi, colmi di bei ricordi, di primi amori, di quelle amicizie che rimangono intatte nel tempo. Tralasciando qualche lezione di flauto alle elementari, il mio primo, timido approccio con la musica è stato qui. Il primo incontro ravvicinato con le note musicali, quelle sconosciute, pure. E anche le prime armonizzazioni grazie al corso di Canto Corale. I primi concerti. Le prime farfalle nello stomaco quando mettevo piede su un palco. I primi sospiri di sollievo quando sentivo la gente applaudire convinta. Una serie di prime volte, quelle indimenticabili che non cancelli più dal cuore, quelle che non basta una passata di cancelletto sulla lavagna per far finta che non siano mai esistite.

Il Prof. Boggia è stato quel professore un po’ pazzerello che tutti rispettano perché gli riconoscono il talento, la tenacia, la passione per ciò che fa. Si posizionava davanti al piano, chiudeva gli occhi e si faceva trasportare in posti magici, lontani. Ce lo trasmetteva diventando un’unica cosa insieme allo strumento, disegnando cerchi in aria con la postura del corpo, della testa. Un animo fedele – dal 1984 ad oggi: quasi 30 anni di insegnamento musicale nella stessa scuola.

Insieme a lui ho scoperto di avere ritmo grazie al corso di Percussioni dove puntualmente io e Valentina ci spodestavamo a vicenda per il titolo di “regina delle congas”. Ancor prima, scoprii di avere una buona propensione per la musica quando ci chiese di cantare a nostro piacimento una canzone in classe, davanti a tutti: un incubo a quei tempi. Con la dolcezza dei miei 11 anni portai Hanno Ucciso L’Uomo Ragno degli 883 e, pur non essendo una canzone difficile, il Prof. Boggia riconobbe in me una potenziale cantante. Brava Ilaria, ti meriti Ottimo. Fu poi la volta di costruire uno strumento musicale con ciò che trovavamo in casa. Ricordo di averlo costruito con mia zia e di esserne stata parecchio fiera: un ibrido tra un tamburellino e delle maracas costruito grazie al cartone di un rotolo di Scottex, cannucce e tappi di bottiglia. Un altro Ottimo, un altro piccolo incoraggiamento alla mia autostima musicale.

Mai dimenticherò i concerti al Cinema Metropolis, alla Villa San Carlo Borromeo, lo spettacolo in cui ognuno preparò la sua personalissima Pigotta per l’Unicef o quelli di Natale nelle case di cura, a strappare un sorriso agli anziani. O quella volta che insieme a qualche altra professoressa mi premiò per aver vinto il concorso di Miglior Recensione di un Libro (ricordo ancora si trattava di un libro sull’isola di Pasqua) e io, scioccata e incapace di crederci, sobbalzai sulla sedia e per salire sul palco ci misi un po’ più del previsto.

Mai dimenticherò la passione che ci ha trasmesso facendoci studiare Blowin’ In The Wind, Così Celeste o Pensieri e Parole ma soprattutto le inimitabili Once Upon A Time e Trinidad (La Fuga Geografica). Ci divideva in gruppi e ad ognuno il suo compito.. E la magia, la meraviglia nel constatare che ognuno riusciva a tenere una melodia, un ritmo diverso! Come un puzzle tutto riusciva ad incastrarsi perfettamente.

E qualche anno dopo ritrovarla in giro per le strade del paese e poi su Facebook dove ricordo di averla invitata ad una mia esibizione live – e poco importa se rimase solo un invito. Penso che volessi più farle sapere che tutto ciò che mi aveva insegnato aveva funzionato. Il suo esperimento era riuscito: un’altra anima devota alla musica. Forse non quanto lei ma abbastanza da poterle confessare che la musica mi ha salvata da lacrime e dolori diverse, svariate volte.

Sono quasi le 7 e il cielo è già chiaro. Mi immagino lei, appoggiato su qualche nuvola, con il pianoforte e uno spartito, mentre mormora qualcosa tra sé e sé lamentandosi degli angeli più vivaci che in quelle occasioni non fanno mai assoluto silenzio. E poi lei che dà le spalle, non per vendetta al pubblico casinista, ma per dirigere il suo magnifico coro, con quella verve frizzantina che l’ha sempre contraddistinta, e indicare i suoi alunni a fine canzone per far prendere loro l’applauso più grande.

Non esagero quando dico che ha avuto un ruolo fondamentale nella vita di tante anime incontrate sul suo cammino – e penso che lei Prof. possa esserne fiero a tutti gli effetti, penso che per una volta l’applauso sia e debba essere solo ed esclusivamente per lei.

Perché in fondo chi meglio di lei può rappresentare la musica? Lascerà vuoto e pienezza al tempo stesso nei cuori di tutti noi ma, come ci ha sempre insegnato, anche il vuoto, la pausa, l’assenza risultano necessari se si vuole comprendere al meglio la totalità della musica.

Ciao Prof. Non è stato solo un piacere, è stato un onore.

boggia3

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