Il Cile: cronaca di un concerto senza inutili coloranti

Il Cile

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Ti incuriosisce, ti capisce e, quando pensi di averlo inquadrato, ti stupisce sul palco con quella timidezza tipica di chi sta ancora cercando di capire perché la sua musica sia riuscita a toccare così tante anime in così poco tempo. Questo il ritratto de Il Cile, newcomer aretino della canzone tutta italiana. Eppure suona come qualcosa di fresco, di sorprendente, come la banconota dimenticata nella borsa del mare. Con ruggine e polvere, il timbro vocale di Lorenzo Cilembrini riesce a scaldare, in quel di Milano, una fredda serata autunnale.

Siamo Morti a Vent’Anni, il suo disco d’esordio, trascina con sé un fardello pieno di disillusioni e cinismo, di pugni nello stomaco e ali spezzate. Lo fa senza perdere il controllo, senza farsi ingoiare da caos e frenesia, mantenendo vivi sogni e speranze, smussando giusto qualche piccola grande ingenuità adolescenziale.

Ricordo come fosse ieri la prima volta che ho ascoltato alla radio Cemento Armato, il suo primo singolo. Ne rimasi estasiata. Uno schiaffo morale, un secchio d’acqua ghiacciata in cui ritrovavo me stessa, le mie angosce, in cui facevo conti e tiravo somme. Fu così che la curiosità verso quel testo magnetico e quella voce avvolgente prese il sopravvento. Mi ritrovai a fine agosto con il suo CD nelle orecchie pompato a mille, perfetto riassunto dell’insicurezza che caratterizza gli ultimi giorni vacanzieri, tra i ricordi dell’estate appena passata e la nausea incombente del ritorno alla normalità, di un encefalogramma piatto, di un lavoro che non sopporti ma che devi fare perché senza uno stipendio sei un difetto sociale.

Il Cile

Il Cile @ Alcatraz

Ieri mattina, vagando tra gli aggiornamenti della rete, ho scoperto che la sera si sarebbe esibito all’Alcatraz di Milano. In cerca di aria pulita, mi sono promessa che non me lo sarei perso, cascasse il mondo. Il Cile riesce a parlare con la pancia, perché le sue canzoni non le scrive a scarabeo. Ed è proprio questo il motivo del riscontro, dell’immedesimazione. Siamo abituati ad un mondo fatto di cantanti con l’ultimo taglio alla moda e il vestito griffato per distogliere la nostra attenzione dalla banalità delle loro canzonette. A Lorenzo sostanzialmente non gliene frega un cazzo. Lorenzo vuole solo esorcizzare il male di vivere e il modo in cui gli riesce meglio è attraverso la musica. Il capello è spettinato, la barba è incolta, l’iPhone è nella tasca del pantalone e chissenefrega se è antiestetico, il pass è attaccato alla tasca del pantalone perché si sa mai che quelli del locale fatichino a riconoscerlo. E’ introverso, a tratti impacciato, pecca in presenza scenica, muove le mani a casaccio ma, diamine, è vero, autentico. Non è preconfezionato, non sa di coloranti.

E’ con Credere Alle Favole che apre le danze, passando per La Ragazza dell’Inferno Accanto fino a Il Nostro Duello. La quarta canzone è La Tortura Medievale, un inedito dedicato a quella sensazione familiare che ci travolge quando vediamo qualcuno che un tempo ci apparteneva appartenere ora a qualcun altro. Si torna all’album con il pezzo che dà il titolo all’album, uno spaccato dell’instabilità tipica dei post-ventenni, con troppe frasi benedette di speranza e progetti di vita alternativa. Arriva il momento di Tamigi che gli riapre una ferita lontana. Con i brividi sul corpo, la proietto sulla tela del mio futuro e una strana sensazione di malinconia, tipica dei verbi al passato, fa capolino. Dopo la sperimentale I Tuoi Pugnali (anche se la band preferisce chiamarla Leone), si approda al binomio perfetto: Tu Che Avrai Di Più e Il Mio Incantesimo, le mie preferite. Forte è l’emozione tra il terzo inedito, Baron Samedi, e una versione davvero preziosa di Escluso Il Cane di Rino Gaetano. Ci pensa La Lametta a smorzare i toni e a sedare la nostra ansia in evocativi viaggi in Olanda. In tutto questo marasma di emozioni devo ammettere che l’unica nota poco coerente trovo sia stata l’entrata dei Club Dogo con Tutto Ciò Che Ho, featuring Il Cile. Non si tratta di gusti perché sono da sempre una grande sostenitrice dell’hip-hop, anche italiano. Credo che avrei apprezzato maggiormente la fusione di queste due realtà in una situazione più goliardica, alla Heineken Jammin’ Festival, per intenderci. A loro favore c’è però da dire che sanno tenere il palco egregiamente, riuscendo a coinvolgere il pubblico con mani al cielo e teste sincronizzate. Con Cemento Armato cala il sipario e la preghiera incazzata che tutti aspettavano risuona sulle bocche dei presenti. 

Il Cile

Il Cile @ Alcatraz

Siamo Morti a Vent’Anni credo sia uno degli album più belli del 2012, scritto e cantato da uno di noi, da uno che ti porteresti la sera a bere una birra parlando dei massimi sistemi in un bar di periferia. Il potenziale massimo di un eccelso cantautore è a due passi dall’essere raggiunto e credo sarebbe meglio arrivare preparati iniziando a conoscerlo sin da ora. Per capire un po’ di noi come si fa con un buon libro. Per scoprire perché si finisce per perdersi un po’ dopo gli -enti, per guardarci allo specchio senza timore di un futuro instabile.

Perché alla fine anche le paure sono a tempo determinato, ma le emozioni provocate dalla musica autentica no. Quelle, fortunatamente, rimangono eterne. 

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