Il mondo di Soltanto: quando la strada diventa palcoscenico

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Ci sono momenti, nella vita di ognuno, in cui capita qualcosa di inspiegabile, qualcosa di inaspettatamente magico. E tu ci sei dentro, protagonista assoluto di quella magia, anche se gli altri non lo sanno e non possono saperlo.

Non capita spesso, e forse è per questo che quando succede lascia un segno indelebile, ma quando capita la sua forza è talmente grande e sovrastante che riesce a smuovere in me qualcosa, riesce a toccare qualche corda che non pensavo nemmeno di possedere. E’ come se vivessi, in quel momento, in una sorta di bolla o in una realtà parallela e mi emozionassi, oltre che per la bellezza e la santità di quella parentesi, per far sì che quel momento non finisca tanto in fretta.

E’ capitato che, dopo l’esperienza del bootcamp di X Factor e l’eliminazione del mio gruppo vocale, decidemmo di andare verso il Duomo per regalarci un super gelato consolatorio. Fu lì, nella strada che collega la stazione di Cadorna e Vittorio Emanuele, che ci fermammo, per una decina di minuti, rapite da un’insolita dolcezza. Una voce pulita, soave, quasi angelica si insinuò tra orecchie, mente e cuore.

Si trattava di un busker, un musicista di strada, all’anagrafe Matteo Terzi, in arte Soltanto. Un nome quasi contraddittorio, che lascia quel senso di incompiuto ma che puoi far tuo in base alle tue emozioni e alla tua fantasia.

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Mi sono bastati pochi istanti per capire che mi trovavo di fronte a qualcosa, a qualcuno di grande. Qualcuno che la musica la sente scorrere nelle vene, che si nutre ogni giorno di note e melodie e lo fa con il coraggio e la forza che in pochi avrebbero. Toccando le corde della sua chitarra riesce a toccare le corde dell’anima di chi lo ascolta. Dolcemente, senza essere invadente, lasciando che sia tu a decidere se farti travolgere da quella magia accogliente o dalla vuota frenesia milanese.

Sulle note di You’re Beautiful di James Blunt e Fix You dei Coldplay calde lacrime si sono fatte spazio sul mio viso. Non erano lacrime di tristezza, erano lacrime di riconoscenza, di ringraziamento. Per qualche strana dinamica interna mi sono sentita nuda senza vergognarmene. Era come se qualcosa mi avesse chiesto di fare i conti con ciò che provavo, con l’esperienza musicale appena conclusa che mi aveva permesso di sancire ancora di più l’amicizia con le mie tre compagne musicali e con me, con quella buffa e tenera Ilaria che troppo spesso si lascia trasportare dalla corrente sbagliata per arrendersi al compiacimento altrui, trasformandosi in qualcuno che potrebbe piacere agli altri ma che potrebbe non piacere a se stessa, lasciandosi insoddisfatta, indecisa, incompleta.

Dalla tasca cercai una banconota. I miei piedi, senza esitare, mi portarono di fronte alla custodia della chitarra che Soltanto aveva tra le braccia. La lasciai scivolare, la lasciai fare amicizia con le altre banconote e le altre monete già presenti in quella nuova culla. E non pensai più al freddo materialismo dei soldi: era come se avessi strappato dalla tasca un pezzo di anima e lo avessi gettato lì, come a dire “mi ricorderò di questo istante quando guarderò il tassello mancante e me ne compiacerò.

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Raccolsi uno dei suoi CD, quasi gelosamente. Un occhiolino fece capolino e mi ringraziò per quel piccolo gesto che a me sembrò niente in confronto a ciò che quella voce e quella chitarra mi avevano donato.

Ho ascoltato il CD una volta Soltanto. Non per pigrizia o perché non avessi apprezzato (è bellissimo!) ma per timore di rimettere a nudo la mia anima, per timore di ricordarmi del tassello mancante. Ma so che uno di questi giorni mi metterò da qualche parte, ad occhi chiusi, e schiaccerò play, all’improvviso, senza esitare. Mi ricorderò che da qualche parte, sotto il sole estivo che picchia la strada, qualcuno sta suonando e cantando con il coraggio che io non ho mai avuto: quello di portare avanti i propri sogni senza lasciarsi condizionare. Dalla società, dai cliché, dai perché.

E per tutta la durata di quella dolce parentesi non avrò più paura.
Non avrò più paura di essere, finalmente, Ilaria. Quella vera.

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Qual è stato il tuo percorso musicale e, soprattutto, quando hai davvero capito che volevi vivere Soltanto di musica?

Ho iniziato come cantante in una band. Ma dopo anni di “lo facciamo per hobby” ho sentito l’urgenza di mettermi davvero alla prova. Così, a 25 anni, appena laureatomi, sono partito per un lungo viaggio on the road in autostop portandomi solo la chitarra. L’obiettivo era uno: provare, almeno per qualche tempo, a vivere Soltanto di musica. Della mia musica. E da allora, ormai oltre due anni fa, così è stato.

Hai girato per il mondo, scoprendo gusti e culture diversi. Ti ricordi in particolare qualche aneddoto curioso capitato durante una tua live session?

A Girona, in Spagna. Un pomeriggio triste, senza gente. Non ero dell’umore giusto per suonare, ma dovevo farlo, perché avevo fame e pochi soldi. Un simpatico nonnetto si ferma ad ascoltarmi per un’ora buona. Poi se ne va. Dopo qualche minuto ritorna con in mano un sacchetto. Era andato a farmi la spesa. Due panini farciti, un uovo sodo, un mandarino e una bottiglietta d’acqua. Dio solo sa quanto mangiai di gusto quel giorno.

Qual è l’aspetto che più ti piace del cantare on the road?

Non ti puoi mai sedere sugli allori. Non c’è mai un giorno in cui dici “ora mi sento arrivato”. Ogni volta che cominci un live in strada allo stesso tempo inizi anche una sfida: “devo dimostrare a chi passa che sono qui per fare la mia musica e non per chiedere elemosina”. E’ una sensazione forte, che a volte, spesso, fa anche tanta paura. Ma non la cambierei con niente al mondo.

Il pensiero che c’è dietro a The Music Portrait è quello di parlare di emozioni e colori in musica. A te capita mai di associare, oltre che sensazioni, determinati colori alle canzoni che ascolti?

Mi è capitato, sì. Spesso quando ascolto Damien Rice o i Coldplay mi capita di sentirmi cullato da immensi flussi di colore. Colori caldi, dolci.

Qualche suggerimento per chi, come te, è affascinato da questo percorso e vorrebbe intraprenderlo a sua volta?

Ponetevi nei confronti di questo percorso con la massima umiltà possibile. Annullate qualsiasi forma di egocentrismo. Si fa musica in strada per emozionare e per emozionarsi, non per dire “guardate tutti come sono bravo”. Il resto lo farà la strada.

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